Il caso Foodora: una decisone davvero così sorprendente?

La decisione del caso Foodora ha riacceso i riflettori della stampa nazionale su uno degli argomenti più dibattuti (e più delicati) del panorama giuslavoristico italiano.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino, in questa breve analisi cercheremo di fare un po’ di chiarezza sul caso e sul perché il provvedimento – che ha escluso la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra i cc.dd. rider Foodora – non sarebbe poi così sorprendente alla luce degli orientamenti giurisprudenziali e dottrinali sull’argomento.

Per quel che ci è dato sapere, Foodora offre un servizio di consegna di cibo a domicilio tramite App. La consegna è eseguita da fattorini in bici (i rider), i quali, di loro iniziativa, si prenotano per eseguire il trasporto dal ristorante al domicilio del cliente, entro un breve lasso di tempo.

La bici è di proprietà del fattorino mentre Foodora fornisce parte dell’attrezzatura: casco, borsa per il cibo, abbigliamento. Il tutto con il brand Foodora.

La comunicazione tra committente e fattorino si svolge attraverso un’App e, da quanto appreso dalle dichiarazioni rilasciate dai legali delle parti in causa, sui dispositivi mobili dei rider sarebbe presente un sistema di geolocalizzazione che permetterebbe all’azienda di verificare in tempo reale la posizione del fattorino.

Salvo le evidenti differenze dovute all’evoluzione tecnologica, i rider di Foodora ricordano sotto molti profili i pony express dei primi anni ottanta (quelli che facevano le consegne in motorino e comunicavano con la radiolina). Come già sottolineato dalla più attenta dottrina, i rider e i pony express sono figure sovrapponibili.

In particolare, entrambi eseguono consegne per conto di un soggetto terzo, utilizzano un mezzo proprio, decidono quando lavorare (prenotandosi per una singola consegna oppure rendendosi disponibili in determinati giorni o fasce orarie) e, non da ultimo, vengono remunerati sulla base del numero di consegne effettuate.

L’inquadramento del fenomeno è stato oggetto di esame giurisprudenziale già nel 1986 (Pret. Milano, 20 giugno 1986). Allora il Giudice milanese qualificò – inizialmente – il fattorino come dipendente.

È curioso come (anche nel 1986) gli utilizzati per sostenere la tesi della subordinazione non coincidessero con gli indici tradizionali elaborati da dottrina e giurisprudenza. In prima battuta, infatti, il Pretore non diede rilievo all’assenza di soggezione del lavoratore al potere direttivo e disciplinare dell’azienda tenendo invece principalmente conto della dipendenza economica del fattorino e della continuità e ricorrenza della prestazione.

In effetti, sia il rider che il pony express si trovano in una posizione di marcata debolezza rispetto all’azienda committente. Alla libertà di determinare autonomamente la propria prestazione si contrappone nei fatti la necessità di conseguire un guadagno che dipende dal numero di consegne effettuate e dalla stabilità del rapporto con il committente (quasi sempre “mono-committente”).

Nonostante la sua portata innovativa, la decisione del Pretore venne profondamente censurata dal Tribunale in sede di appello. La tesi del giudice di secondo grado, fatta propria in seguito anche dalla Corte di Cassazione, forniva infatti un’interpretazione più conservativa dell’art. 2094 c.c. e più in linea con il suo tenore letterale, evitando di allargare troppo le maglie della subordinazione.

Secondo il Giudice d’appello, la dipendenza economica non era, invero, di per sé sufficiente a fondare il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro dei fattorini. La qualificazione del rapporto – sostenevano i magistrati – richiede, invece, un’attenta analisi delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e dell’eventuale direzione o coordinamento da parte del committente.

Il pony express aveva una autonomia tale nella gestione delle consegne che dalla semplice soggezione economica nei confronti del committente non conseguiva ex sé la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Il medesimo discorso potrebbe oggi essere applicato, mutatis mutandis, ai rider. Tuttavia, bisognerà attendere il deposito delle motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino per entrare nel merito della quesitone e capire se ed in che misura il Giudice ha attribuito peso ai diversi indici di subordinazione.

Avv. Timur Khoussainov   &   Avv. Marco Aloisi

 

By | 2018-04-25T12:00:54+02:00 aprile 18th, 2018|Senza categoria|0 Comments