La tutela applicabile al lavoratore licenziato in costanza di un patto di prova nullo

Com’è noto il c.d. “Jobs Act” ha modificato la previgente disciplina in materia di licenziamento, limitando le ipotesi di condanna del datore di lavoro alla reintegra del dipendente ai soli casi di illegittimità del licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa, di cui sia dimostrata l’insussistenza del fatto materiale posto alla base del provvedimento espulsivo.

Rispetto a tale novità e, segnatamente, riguardo al rapporto intercorrente tra di essa e l’istituto del patto di prova, la giurisprudenza di merito ha adottato nel tempo decisioni differenti. 

Alcune Corti, infatti, si sono mantenute favorevoli alla reintegra del dipendente licenziato in costanza di un patto di prova nullo; esse, in particolare, hanno ravvisato in tale fattispecie l’assenza radicale di giusta causa o di giustificato motivo soggettivo, la cui prova diretta sarebbe rinvenuta proprio nella nullità del patto concluso tra le parti. 

Alla luce di detto orientamento, dunque, la tutela applicabile – anche a valle delle modifiche legislative introdotte dal Jobs Act– sarebbe unicamente quella reale, consistente nella reintegra del dipendente nel posto di lavoro (cfr. Trib. Milano n. 2912/2016 e Trib. Torino n. 1501/2016).

Discostandosi dall’orientamento appena segnalato, tuttavia, alcune Corti di merito hanno individuato nella discussa modificazione legislativa un autentico principio di cambiamento: è il caso del Tribunale di Milano che, con la sentenza n. 730/2017, ha scelto di allontanarsi dall’interpretazione consuetamente offerta dalla Suprema Corte di Cassazione, proponendone una propria e alternativa che esclude alla radice la possibilità di reintegra del lavoratore licenziato in costanza, ovvero all’esito, di un patto di prova nullo. 

In particolare, nell’ambito della pronuncia citata, il Tribunale milanese ha chiarito come «il mancato superamento della prova di per sé non integri né presupponga necessariamente una condotta disciplinarmente rilevante. Deve quindi ritenersi che, in presenza di patto di prova nullo, il recesso motivato con riferimento al mancato superamento della prova sia da ritenere (meramente) ingiustificato, perché intimato fuori dallarea della libera recedibilità, trovando, quindi, applicazione la disposizione di cui allart. 3, comma 1, D. Lgs. 23/2015, che disciplina le ipotesi di licenziamento intimato in assenza di giusta causa o giustificato motivo oggettivo o soggettivo». 

In forza del principio in parola, i giudici milanesi hanno ritenuto inapplicabile la tutela reintegratoria al caso del dipendente licenziato in costanza di un patto di prova nullo, dichiarando conseguentemente l’estinzione del rapporto di lavoro tra le parti e la sola condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno. 

Il Tribunale di Milano ha così ribadito, in senso restrittivo, il principio per cui la tutela reintegratoria possa applicarsi ai soli casi di licenziamento disciplinare, di assenza di giustificato motivo soggettivo o nei casi in cui sia comunque possibile dimostrare l’insussistenza del fatto materiale integrante la giusta causa di recesso dal rapporto di lavoro. 

Diversamente, il mancato superamento della prova non può ricondursi alle predette ipotesi tassative, con la conseguenza che, ad avviso del Tribunale medeghino, anche nel caso in cui il patto di prova risulti nullo, troverà applicazione la sola tutela risarcitoria. 

Ciò posto, si tratta – vale la pena sottolinearlo – di una posizione minoritaria, in un contesto nel quale le Corti tendono a propendere per una tutela rafforzata a beneficio del lavoratore. 

Avv. Andrea Lavazza Seranto

By | 2019-05-13T09:58:33+02:00 maggio 13th, 2019|Senza categoria|0 Comments