Legittimo il patto di non concorrenza soggetto ad opzione

La Corte di Cassazione con una recente pronuncia ha confermato la legittimità del patto di non concorrenza soggetto ad opzione, ipotesi diversa e da tenersi distinta dalla illegittima previsione di un patto di non concorrenza con facoltà di recesso unilaterale da parte del datore di lavoro al momento della cessazione del rapporto.

Nella fattispecie oggetto di analisi della Suprema Corte una lavoratrice, a fronte della formazione erogata, aveva concesso alla società datrice di lavoro un’opzione irrevocabile al rispetto del patto di non concorrenza, da esercitarsi entro 30 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. 

Il datore di lavoro non esercitava l’opzione e, di conseguenza, non corrispondeva alla lavoratrice l’indennità prevista dal patto di non concorrenza.

Ne derivava quindi un contenzioso in cui i giudici di merito dichiaravano la nullità dell’opzione, che veniva erroneamente qualificata come diritto di recesso, condannando pertanto la società datrice di lavoro al pagamento del compenso stabilito nel patto di non concorrenza. 

La questione giungeva, quindi, sino alla Corte di Cassazione.

Secondo la Corte Territoriale l’opzione era nulla poiché avrebbe avuto l’effetto di caducare il patto in qualsiasi momento, anche alla sua cessazione. Si trattava, quindi, nei fatti di un recesso unilaterale liberamente esercitabile dal datore di lavoro, caso nel quale la lavoratrice non avrebbe potuto disporre della propria capacità lavorativa, ignorando peraltro sino a quel momento se potesse o meno lavorare per società concorrenti con la datrice di lavoro.

Diversamente la Corte di Cassazione ha considerato legittimo il patto, riconducendolo all’istituto dell’opzione di cui all’art. 1331 c.c. e non al recesso unilaterale di cui all’art. 1373 c.c.

Deve, infatti, tenersi presente che l’opzione determina la nascita di un diritto a favore dell’opzionario (il datore di lavoro), che conclude automaticamente il contratto solamente nel caso in cui essa venga esercitata; l’esercizio dell’opzione è, quindi, un diritto potestativo dell’opzionario cui corrisponde dal lato passivo una posizione di soggezione, dato che ad esclusiva iniziativa dell’opzionario, il concedente (lavoratore) può subire la conclusione del contratto finale.

La Suprema Corte ha poi rilevato che nel caso in commento, il mancato esercizio dell’opzione da parte del datore di lavoro ha reso inefficace il patto di non concorrenza, circostanza di cui la lavoratrice era perfettamente a conoscenza.

In definitiva non può quindi configurarsi l’ipotesi di un illegittimo recesso dal patto di non concorrenza ai sensi dell’art. 1373, anche in considerazione del fatto che il patto di concorrenza nella specie non era ancora perfezionato.

Il datore di lavoro pertanto non avendo dichiarato di volere dare corso al patto di non concorrenza lo ha reso inefficace, rendendo la lavoratrice libera di prestare la propria attività lavorativa in favore di chiunque; da ciò consegue dunque che a quest’ultima non sia dovuta alcuna indennità.

Avv. Marco Aloisi                                                                 

By | 2019-04-04T11:25:01+02:00 aprile 4th, 2019|Senza categoria|0 Comments